Ricordo di una serata particolare. Va bene l'anonimato, ma quando ci vuole ci vuole.
Ricordo di una serata particolare. Va bene l'anonimato, ma quando ci vuole ci vuole.
Sono tornata.
In realtà non sono mai andata via. Ho seguito un po’ tutti. In incognito.
Non avevo il collegamento. Ora ce l’ho. Ma non è questo.
È stato un periodo strano. Una specie di limbo. Non ho fatto nulla di particolare. Ho vissuto giorno per giorno. Con tanti dubbi. Non li ho risolti. Ho cambiato un po’ di cose.
Intanto mi sono licenziata. Che ci stava bene. Tra un mese e mezzo cambieranno un po’ di cose. E ne sono molto felice. Andrò un po’ all’estero. Che non può fare che bene.
Poi.
Poi non so. Spero di tornare presto a torino. Che lì c’è la mia casa. La mia vita.
La mia amica si sposa. A luglio. Avevo paura di non esserci. Che come al solito il mio caratteraccio si è fatto vivo. Io che non chiamo. Io che sto per i fatti miei. Avevo paura di non esserci. E mi sarebbe dispiaciuto da morire. Ed invece ci sarò. E so che piangerò guardandola.
E poi non lo so. Che dire. Avrei tante cose da raccontare. Ma ora non mi vengono. Usciranno piano piano, credo.
Lui è bello. O meglio, tutti dicono che sia molto bello. È venuto a torino tempo fa, mi è stato presentato da un mio carissimo collega come un uomo splendido, quasi un modello. L’ho conosciuto, l’ho trovato non brutto ma niente di eccezionale. È moro, capelli riccioletti e neri, un filino lunghi. Denti bianchi bianchi. Qualcosa nel viso che non mi piace. È molto magro. La pelle mediamente scura. Ha uno sguardo strano, a volte ho il desiderio di perdermici. A volte lo faccio, e mi vergogno. Sono venuta qui a modena. Lui lavora di fronte a me, al di là di un pannello trasparente. Lui è molto gentile. Strano. Non cavalleresco, non sbilanciato verso le donne o altro del genere. Gentile in modo neutrale direi. Troppo gentile. Che il più delle volte non ci capiamo. Che io prendo le sue premure per prese in giro. Gli rispondo caustica. E lui rimane perplesso. Siamo usciti a cena a dicembre. Lui era accompagnato, da una donna che pensavo fosse la sua ragazza. Non so se lo fosse. Lei non gli toglieva gli occhi di dosso. Lui si è seduto di fronte a me, abbiamo scherzato e chiacchierato, riso molto, lui ha diviso con me della carne, delle patate, mi tendeva la sua forchetta e mi chiedeva di prendere. È sfacciato, rimanendo nei limiti arriva al confine. O forse sono io che lo immagino. Ed io arrossivo. Che quando lui mi chiede qualcosa, o mi guarda attraverso il vetro dell’acquario, mi sento arrossire terribilmente, come non mi capitava da tanto. E questo non mi piace. Ieri siamo andati a mangiare una pizza. Lui seduto di fronte a me, ha preso il dolce. Ha voluto che lo assaggiassi. Avevamo un cucchiaino solo. Non volevo. Per certe cose sono decisamente schizzinosa. Lui ha insistito che lo usassi per prima. Poi lui. Poi me l’ha teso di nuovo. Non ho potuto dire di no. E sono arrossita. A lui piace ballare. Ed il fatto che a me capiti di immaginarmi tra le sue braccia mi da fastidio. Lui è un po’ che voleva venire a cena a casa mia, che a dicembre volevo fare la pizza per tutti, e poi è saltata, e lui non faceva che chiedermi quando l’avrei fatta. E l’abbiamo fatta, la settimana scorsa. In nove, decisamente troppi per lo spazio a disposizione. Toccava tutto, lui. Ha guardato i miei libri, le mie cose, la mia foto sul tesserino, guardava, guardava, con insistenza. Ha quel modo di fare che prende, non fa il prezioso, il sostenuto, io sono bello e quindi non mi guardo intorno. Quando scherziamo mi tocca spesso le braccia, o le gambe. Ed io odio essere toccata dalle persone che non conosco bene. Gioca e gli piace giocare. E a me non piace, giocare. Non sono mai stata brava. Ma lui è così con tutti, io credo. Che in fondo, è un po’ la sua parte, glielo dicono tutti che è il più bello.
Avrei tante cose da dire ultimamente. Sono qui dentro a macerare. Alcune fanno male. Altre sono leggere, e strappano un sorriso. Il lavoro va bene, pare che io stia ingranando. Mi hanno affidato il compito di farmi dare dai fornitori quello di cui abbiamo bisogno. Perché io, come dice il mio ritrovato collega, sono la persona adatta, perché sono una spaccaxxxxx. Completatelo a fantasia.
La macchina va bene. Ieri i grandi capi ci hanno fatto i complimenti. E noi torniamo a respirare dopo tanto.Ci sono un po’ di cose che non vanno. Tu dici che non ho voglia di parlare con te. Non è questo. È che non abbiamo niente da dirci. Tu mi chiami. Sei sul letto, o sul divano, mezzo addormentato. Che già la voce impastata, a sentirla sempre, mi fa innervosire. Mi chiami. Mi chiedi cosa ho mangiato, se sono stanca, se mi sento bene. Che potrebbe ancora andare bene, se tu non pretendessi di stare al telefono per ore. Che dopo un po’ ho voglia di chiudere, perché preferisco leggere, o guardare la littizzetto, o soltanto mangiare senza l’auricolare. E tu ci rimani male. Mi chiedi se per caso non ho voglia di parlare con te. Parlare? Perché, noi stiamo parlando?
Poi c’è lui che dopo un anno e mezzo ancora mi dice che mi pensa, che nonostante tutto quello che è successo ancora ha me in testa. Che voleva venirmi a trovare. Che io assolutamente non voglio.
E lo so che sono rigida. E cattiva. E lucida. E razionale. Sono sempre la stessa, sai?
E poi ci sono sogni strani, a volte brutti, a volte ripetuti, a volte coinvolgono persone che non conosco, a volte compaiono persone che invece conosco e che non dovrebbero esserci.
Vorrei andare talmente lontano da non dovermi più preoccupare di quello che lascio, talmente lontano da rendere impossibile mantenere qualunque tipo di rapporto in piedi. E lo so che alcuni giorni non la penso così. E non mi dite che così è troppo facile, che questo è fuggire. Io lo so. Ma che ci posso fare?
Scrivo ora che sono le dieci e quarantacinque di sera. Non ho la rete, ma ho portato il computer a casa. Domani, se riesco, magari lo pubblico.
Allora. Manco da una vita. Continuo a leggere tutti, a seguire tutti, ma non riesco nemmeno a commentare, non riesco a respirare.
Lavoro tanto. Non solo. Ho fatto il trasloco, a torino. Una città splendida secondo me. Ogni volta che me ne vado mi viene da piangere. E ora che ho casa mia ancora di più. Non che sia chissà cosa, eh. È vuota. Ho dipinto una sola stanza. Volevo farla giallo ocra, così era il campione, lo giuro! Vabbè. È venuta giallo canarino. È esposta a nord, va bene così.
Il lavoro è tanto, ieri è venuto schumi. Mamma com’è magro dal vivo. È venuto a provare la nostra macchina. Abbiamo tenuto il fiato sospeso per tre ore..
Spesso penso a cose che vorrei scrivere, ma non ce la faccio. Ma leggo tanto, di sfuggita, riducendo le finestre a piccoli spazietti in un angolo dello schermo, che anche se uno esce alle dieci di sera non può farsi vedere distratto mentre lavora…. E ho letto di una fantastica Parigi per il mio mito ing e la sua bacca, di una rossa eccezionale che guarirà presto, di una dottoressa speciale che sta costruendo la sua vita, di un blog torinese in cui si racconta dell’ultimo harry potter, che ho fatto apposta a non leggere che ce l’ho lì sul mobile ma ne sto finendo un altro prima. E poi c’è la mia sicula preferita. Che anche lei fa fatica, e la capisco.
Una romana, l’unica con la quale io abbia parlato, che mi ha imbarazzato da morire. Eppure lei è piccoletta rispetto a me. Ma non funziona se la senti alla pari. E forse di più.
E qualcun altro, che non sa nemmeno che lo leggo, e va bene così.
Io cos’ho da raccontare. Una cena con un mio collega di torino. Pretesa la mattina, realizzata la sera. Una pianta con i fiori arancioni, ed una tisana ai boccioli di rosa. Che ho bevuto, parlando di medicina alternativa. La sensazione di aver costruito qualcosa di buono. L’affetto. La stima. La simpatia. La dolcezza per un bambino piccolo, che ha come trapiantata la testa del padre. Cui voglio un bene dell’anima.
Qualche delusione. Ma in fondo io, quante ne do?
La mia famiglia. Ogni tanto. Poco. Ma bello.
Lui. Che forse sta per licenziarsi. Ed io che ero venuta qui anche per lui. Anche se non è il mio ragazzo. Anche se è solo un mio collega. Sì, lo so. Che lo stimo, e gli voglio bene. Lui se ne andrà. E io resterò qui. E lo so in anteprima, neh.
E la ferrari. Che l’altro giorno l’ho portata per un po’. Quante risate. Con due soli pedali. Occhio a non frenare con il sinistro che viene un casino.
Qui vogliono tutti venire a cena a casa. Che gli ho promesso una super pizza. Ma non riesco a trovare la voglia di dare una sistemata. Di pulire. Come si fa se torni minimo alle nove e mezza?
Ho comprato i dvd della Littizzetto e di Fazio. Sono due sere che mi addormento sul tavolo, davanti al pc. Ma ce la farò, prima o poi.
Com’è bella la mia casa. E la mia cucina sgangherata con i miei binari comprati all’ikea. E poi una ragazza di marelli, che non ho mai visto, un’ombra del mio precedente lavoro che mi manda un numero di cell e mi chiede di incontrarci, perché ci stiamo simpatiche. E sono piccole cose, lo so. Ma bisogna accontentarsi.
Spero di avere un minuto, domani, per pubblicare tutto questo. Perché vorrei tornare ad essere anche quella che ero. Perché ci sono persone alle quali tengo. E scusatemi se sono melensa. Vabbè. Sono i fatti che contano, lo so.
Mamma quanto mi mancate.
Perché davate quel qualcosa in più. Di inutile forse a livello pratico, ma importante. Fondamentale direi. E forse sono cruda a dirlo così. Sembra una malattia, questa. Ricercare, e dipendere da persone che nemmeno si conoscono. Ok, lo so, è da fuori di testa forse. Ma che ci posso fare. E sono anche un po’ brilla stasera. Spero vorrete scusarmi. Un saluto intanto a tutti. Da qui. Sperando di potervi offrire presto qualcosa di meglio.
La mia prima uscita in macchina. Ragazzi. C’è la speranza che io riesca a decontrarre i muscoli del collo e delle gambe e a ricominciare a deambulare come prima. Forse.
Sono cambiata. Sono cresciuta. Me ne accorgo tutti i giorni. Me ne sono accorta ieri sera. A cena in quindici. Non ho esitato ad accettare. Anche se ero terrorizzata. Perché le persone nuove mi fanno un po’ paura. Specie se non le ho mai viste. Ed all’inizio sono stata sopraffatta. Avevo voglia di scappare. Ero stanca, uscita dal lavoro alle nove di sera. Ristorante argentino. Faceva caldo. Tortillas per antipasto. E poi ottima carne. La timidezza che mi rendo conto non mi appartiene più. Ho imparato ad accantonarla. Parlo con una voce che non è la mia. Mi ascolto, e sono diversa. E mi sono trovata a tenere banco ieri sera. Che in fondo se hai di fronte persone intelligenti ed educate riesci a trovare argomenti di conversazione anche se non ti conosci. Quante risate. Ecco, riesco ad essere persino simpatica quando voglio. Io che sono sempre stata la silenziosa, quella che mai voleva essere al centro dell’attenzione. Causa anche rossore della pelle. Che ho imparato un po’ a controllare. E ad accettare quando sento che non posso farci niente, che sta arrivando. Mi piace qui. Anche se si esce tardi. Anche se la casa è tanto silenziosa. Anche se su queste macchine ho un po’ paura. Che ci vanno forte. Questi sono matti. Ieri volevano portarmi in pista. A trecento all’ora. Per fortuna è stato rimandato. Ho bisogno di prendere confidenza. Di imparare a fidarmi di questi piloti. Che ti devi fidare, eh, ciecamente. Però è bello. Stimolante. Stancante. Emozionante. Stressante. Gratificante. È una lotta qui. Se non piaci ti mandano via. Speriamo bene.
Io vi leggo, tutti quanti, è che ho tante difficoltà a commentare. Ringrazio chi passa comunque di qua, e mi fa un po’ di compagnia.